Dopo tanti anni ecco la nuova versione del lungo documento che ha dato il nome al mio Blog.
E’ una analisi della situazione informatica in funzione dello sviluppo del software libero.
La stragrande maggioranza del documento è rimasta immutata, questo fa capire che a 10 anni dal documento originario alcune cose non sono cambiate, non solo timori espressi nel vecchio documento sono attuali più che mai.
10 anni in informatica sono un’era geologica, ma certi problemi di fondo che avevo denunciato rimangono, e in taluni casi sono peggiorati.

Premessa:

Anni di analisi Software mi hanno condizionato ad un approccio analitico dei problemi semplificati e scomposti nei loro termini fondamentali.
Chi leggerà questo documento probabilmente vedrà un approccio 'alla lontana' verso l' argomento del Free Software ma ritengo che il tutto vada contestualizzato, capire la strada percorsa per capire dove si va.
L' utente di oggi considera normale inviare un Email con un file allegato ad un interlocutore di cui conosce un indirizzo univoco universalmente riconosciuto. Chi come me ha vissuto l' evoluzione dell'informatica 'pre-internet' sa quanto è stato difficile arrivare a tanto.
La necessità di comunicare informaticamente, dapprima tramite le BBS, poi in Internet, è da sempre esistita nel settore, la necessità di avere dei forum in cui postare le opinioni e consultarle; come mai è stato tanto difficile arrivarci?
Da un mondo fatto di particolarismi dove tutti hanno interesse a crearsi il proprio orticello proprietario alla fine è scaturito qualcosa di unificante.
Non è che questo sia poi stato il frutto di una 'redenzione', semplicemente una serie di fattori hanno fatto sì che questo nascesse da un evoluzione scientifico - militare. Ne è scaturita tanta spinta dal mercato quanti problemi dallo stesso.
Ritengo sia un esempio di come anche da un qualcosa di nato su presupposti particolaristici, possa scaturire un beneficio per l' umanità.
Oggi queste opinioni sono lì visibili a tutti come un Repository, una grande memoria storica dell'umanità accessibile con strumenti alla portata di tutti quali Google.

Internet forma di libertà.

Oggi con i media si è creata una forma di consapevolezza del mondo come comunità, terremoti, alluvioni, rivoluzioni, dittature, omicidi, droga sono sempre esistiti, semplicemente mancava la consapevolezza degli individui di tali fenomeni che, in mancanza di informazione diretta, venivano percepiti solo da poche fonti facilmente manipolabili o, quando visibili, dalla ristrettezza della propria gabbia.
Oggi quindi vi è generalmente una maggiore consapevolezza del proprio stato che può sfociare in insoddisfazione desiderio di libertà ecc.
Internet oggi si propone come anello di congiunzione dell'individuo con i sui simili della terra, in grado di porlo sullo stesso piano di tutti gli altri, una straordinaria opportunità.
Chi si occupa di software o di sistemi informatici in generale ha una enorme responsabilità, conosce i flussi di tali dati, sa come e dove riporli e le minacce e le mire che tali dati generano.
Questa consapevolezza è quindi anche una forma di responsabilità, l'uomo della strada non ha ancora una coscienza critica verso questi fenomeni, anche se si trova 'spesso suo malgrado', a doverli vivere nella 'beata inconsapevolezza'.
Oggi forse Internet rappresenta il vero concetto di libertà, libero pensiero, progresso, ma con rischi non indifferenti.
Se guidato, un qualsiasi individuo accede alla rete con una preparazione non molto superiore a quella necessaria per imparare ad usare una moto, ma con un grado di consapevolezza dei rischi estremamente inferiore.
In un modo così stravolto le regole arcaiche degli stati nazionali creano un marasma che che ha tuttavia giocato più a favore del concetto di libertà che contro.
Il Grande Fratello di Orwelliana memoria incombe, ma la gente comune vive nella beata inconsapevolezza assoluta del proprio stato di 'eterno spiato' nelle proprie abitudini, nei propri spostamenti, nelle proprie opinioni e nei propri gusti.
Quando scrissi il primo documento i problemi stavano principalmente nell’accesso alla rete da PC.
La diffusione degli Smartphone è oggi invece qualcosa di molto più pericoloso ed invasivo con sistemi di tracciamento personale che tutti conservano in tasca.
Chiunque oggi può sapere tutto su tutto purché sappia come cercarlo.
Ne viene sovvertito persino il concetto di cultura non più misurabile in nozioni acquisite ma in capacità di ottenere risposte corrette in tempi rapidi.
Le cosiddette 'chiacchiere di paese' diventano su scala planetaria e memorizzate nei Newsgroup / Istagram / Facebook e quindi sono quasi impossibili da estirpare, spesso con conseguenze gravi.
Lo stesso concetto di enciclopedia non ha più senso, in fondo è solo un opinione come le altre, magari più autorevole ma probabilmente meno aggiornata e meno 'sul campo'.
Siamo quindi nell'era della libertà digitale ?
Forse sì, la comunicazione genera conoscenza ed oggi siamo sommersi da una quantità di input smisurata.
Forse mio figlio di 3 anni ha immagazzinato dalla TV più dati che mio bisnonno in tutta la sua vita.
Si potrà giustamente obbiettare che si tratta comunque di informazioni 'mediate' e 'sporche'.
In ogni caso la pluralità delle fonti di oggi rende gli individui molto meno 'condizionabili' di una volta.
Quello che dovrò insegnare ai miei figli è lo sviluppo di un 'coscienza critica' per imparare a discernere tra fonti più o meno veritiere, più o meno interessate, e tra l'utile e la spazzatura.
Il problema oggi non è la mancanza di materiale, ma la capacità critica degli utenti di discernere il vero dal falso e dare importanza alla reputazione delle fonti.

Accessibilità.

L'accessibilità a tale forma di libertà digitale dovrebbe essere universale, ovviamente la libera circolazione delle idee nuoce a chi fonda la propria sopravvivenza sulla manipolazione delle stesse.
Ed ecco che le barriere e i filtri alla rete delle reti si configurano come una limitazione alla libertà di pensiero.
Ritengo che comunque le necessità di sviluppo economico renda impensabile uno sviluppo che escluda Internet, delle 'falle' si apriranno inevitabilmente e sarà un po come voler imprigionare l'acqua in un colino.
Anche i paesi che oggi non si possono permettere certe tecnologie in realtà per il basso regime di vita, scarse tutele basso costo del lavoro ecc. possono fare concorrenza ai paesi esteri.
Pur con tutte le difficoltà e barriere che certi mercati hanno innalzato a difesa dei propri prodotti, le opportunità di concorrenza e quindi di sviluppo sono innumerevoli e la filiera di rapporti non può che passare per Internet, sarà l'economia a far penetrare prima o poi la rete in tali paesi.
Certamente l'accesso non sarà democratico e immediato per tutti, Internet penetrerà dapprima nelle strutture economiche, poi nei ceti abbienti, (probabilmente questo si è già realizzato), in seguito la crescita economica genererà maggiore consapevolezza, maggiore ricchezza, maggiore scolarità e le nuove generazioni potranno fruirne.
Sono processi che richiedono tempo, parti del mondo ricchissime fanno da contrappunto a paesi poverissimi in cui non sono tutelati neppure i diritti basilari.
Il risultato è inevitabile il trasferimento di popolazioni e di conseguenza il lento riequilibrio.
Immagino qualcosa tipo il principio dei vasi comunicanti, in fondo i fenomeni di immigrazione si basano su questo, l'emigrante va all'estero, acquisisce maggiore consapevolezza e la riporta in patria.
Questa frase scritta 10 anni fa riletta oggi si è rivelata profetica.
E' piuttosto frustrante, ma alla fine sarà l'economia a portare la libertà.
Ciò che è una libertà e un diritto ora, in altri paesi lo sarà in seguito.
Penso che lo studio di strumenti che favoriscono meccanismi che complicano o impediscono la censura, faccia il bene di chi ne è vittima, non solo non sia condannabile ma sia da favorire con il massimo sforzo.
In ogni caso Internet in parte si 'difende da sola' è diventata talmente caotica multiforme che, chi ha l'accessibilità, ha enormi varchi tra cui far transitare ed accogliere idee.

Il ruolo dell'informatico.

A un convegno il Prof. Meo del Politecnico di Torino ha citato questa frase 'oggi l'informatico o sa tutto di niente o sa niente di tutto' ne consegue che due informatici quando si ritrovano a parlare non di rado parlano del niente.
La considerazione mi è piaciuta molto, in realtà ritengo che dentro ciascuno di noi Informatici permane una cultura generalista ed una particolarista, ciascuno ha fatto le sue esperienze in una materia vasta come l'informatica è normale che chi ti sta accanto se ha lavorato nel settore, anche alle prime armi, ha vissuto esperienze diverse dalle tue e il colloquio spesso arricchisce entrambi.
Comunque il 'tutto di niente' è anche una cultura di base indispensabile che, per gli informatici me la aspetto dall'università o, per coloro che esercitano nel settore da anni, da quella che viene comunemente chiamata 'esperienza sul campo'.
Deve essere comunque chiaro che il 'niente' dell'esempio è parte di un 'tutto' da cui non va mai scisso.
Chi si occupa di informatica ha il dovere etico di rendere consapevole l'uomo della strada dei rischi, difendere la parte di libertà connessa ad Internet.
Questo si può ottenere combattendo su un piano pratico con lo sviluppo del Free Software, su un piano ideologico e su uno strategico organizzativo.
Ciascuno sulla base delle sue conoscenze specifiche o generaliste può lavorare per la causa del Free Software su uno dei piani che ho citato con pari dignità, la partita si vince insieme.
Per quanto concerne la strategia occorre fare tesoro del pregresso per predire e eventualmente condizionare il futuro.
La storia in particolar modo insegna che le grandi rivoluzioni sono sempre partite dal basso con meccanismi in parte spontanei o favoriti da eventi non pronosticabili, in parte indotti, spesso dal mercato o talvolta ancora inspiegabili. In ogni caso occorre cogliere 'l'attimo fuggente', per il Free Software l'attimo è adesso.
La frase precedente l’ho scritta 10 anni fa ma è ancora vera, oggi la quasi totalità del principali 1000 server mondiali monta software libero.
Chi oggi monopolizza il mercato informatico, ha giocato in modo magari eticamente discutibile, ma i monopoli di fatto sono in gran parte il frutto di passate strategie vincenti.
Come in una partita a scacchi il giocatore forte prepara la mossa i cui effetti stanno molto più avanti, molti con cui parlo giudicano la mossa fuori dal contesto. Quella che conta è la partita, per vincere gli obiettivi devono essere imprevedibili e talvolta vengono fatte mosse intermedie che all'apparenza sembrano sbagliate, per sviare l'avversario.
La comunità GNU/Linux sulla strategia ha dei vantaggi e dei limiti intrinsechi.
L'estrema frammentazione, la trasparenza e la pubblicità del dibattito fa sì che la controparte sia comunque al corrente delle strategie del movimento.
I leader ci sono e dovrebbero indirizzare la comunità ma non c'è totale concordanza di ideali e questo rende il movimento molto spontaneo e, fortunatamente, difficilmente imbrigliabile, ma anche caotico nel suo sviluppo. In ogni caso pluralità diventa anche inattaccabilità.
Il caos in parte gioca a favore, chi attacca il movimento non sa dove colpire.
Penso che un ampio dibattito sul fenomeno sostenuto dai leader, deva portare a degli orientamenti univoci sulle finalità.
Si comincia col trovare un minimo comune denominatore sulle esigenze di base per poi dibattere ed eventualmente integrare i punti più controversi.
Linux o GNU/Linux, Open Source o Free Software, non si tratta di un unico movimento ma di un qualcosa di eterogeneo in cui opinioni talvolta oltranziste giocano più a sfavore che a favore della causa comune.
A mio parere ciascuno può perseguire la sua identità occorre tuttavia la consapevolezza che il destino del movimento è comune.
Il Free Software è un ideale, l'Open Source un mezzo per perseguirlo.

La proprietà delle idee.

Su Internet l'assenza di regole non durerà in eterno, chi ne ha consapevolezza deve lavorare perché i nazionalismi e i desideri di egemonia culturale non prevalgano.
Oggi il movimento del Free Software nato con una connotazione orientata ad un aspetto di libertà molto specifico ovvero la libertà del sorgente dei programmi, ha assunto una valenza molto al di sopra di tali valori è diventato un catalizzatore per tutti coloro che vogliono salvaguardare il 'bene comune' il patrimonio dell'umanità da chi vuole l'egemonia delle idee.
Le normative sui brevetti e quant'altro sono state fortemente messe in discussione dal fenomeno Internet c'è chi cerca di salvaguardare interessi che non potranno mai essere salvaguardati.
Internet si è trasformato in qualcosa di non più imbrigliabile sfuggente e che fa in pratica carta straccia di ogni meccanismo teso a bloccare le idee.
Con il Free Software si apre una nuova era dove anche i mattoni che reggono l'infrastruttura di Internet siano di tutti, per tutti e perfettamente trasparenti.
Tale battaglia si configura quindi come una lotta per la libertà digitale.
Minacce vengono dai 'falsi alleati' che cavalcano il carro del vincitore per poi imporre soluzioni proprietarie e quindi trasformarsi in avversari.
Purtroppo esistono delle regole quali le normative sui brevetti, lotteremo per farle cambiare ma finché esistono vanno combattute con le stesse armi, nella legalità ma sfruttandone i punti deboli.
Più una materia è normata più è facile aggirarla.
Se poi la norma prevede delle sciocchezze o delle illogicità ecco che sarà perennemente smentita nei fatti.
Le case discografiche non hanno chiuso quando la gente duplicava le cassette penso non falliranno con la duplicazione degli mp3. In ogni caso come frenare un fenomeno per cui il trasferimento di intere biblioteche di migliaia di brani da un ragazzino all'altro richiede pochi minuti?
Le case discografiche possono dire quello che vogliono, possono dare dei grandi esempi eclatanti, ma non possono frenare un fenomeno che paradossalmente spesso coinvolge proprio coloro che i CD li comprano.
Se in Italia uno prende una foto di un giornale la mette su un sito, la copiano in 10.000 magari viene perseguito per aver pubblicato qualcosa di coperto da Copyright, in 10.000 l'hanno scaricata e passata ad altri 500.000 magari nell'assoluta inconsapevolezza in tutto il mondo, questi chi li persegue?
Leonardo non penso si ponesse il problema di sapere se la sua idea l'avesse avuta qualcun' altro, si costruisce partendo dove sono arrivati gli altri, è sempre stato così, un conto è rubare e rivendere il quadro di un altro, un altro conto è ridipingerlo magari molto simile o con uno stile diverso.
Mi si dirà che le spese in ricerca per vaccini o altro si ripagano solo con i brevetti ma non posso credere che una grande scoperta sia unicamente di chi l'ha raggiunta, fortunatamente Pasteur non ragionava in tal modo e l'umanità con lui è cresciuta.
Esiste il problema di stimolare il mercato di prodotti ad alto investimento facilmente riproducibili? Per i farmaci sì per il software e tutte le altre materie no! Per i farmaci è evidente che se non c'è un rientro caleranno gli investimenti in ricerca.
Solo nel caso dei farmaci penso un brevetto abbia un senso, non deve essere qualcosa di eterno, in situazioni di gravi emergenze sanitarie va sostituito da una cifra fissa periodica e va fatto decadere estendendo a tutti il diritto di produrre il farmaco, fintanto che l'emergenza è risolta.
Quando c'è di mezzo la vita umana non ci devono essere distinzioni tra paesi poveri e ricchi ma deve prevalere il bene della comunità nel suo insieme.
Per tutto il resto chi lavora per il Software libero deve lottare perché queste regole cambino.

Libertà in Internet.

Sono del parere che lo scambio di informazioni, suoni, immagini idee deva essere totalmente libero, non vanno perseguite le idee ma i comportamenti.
Se un pervertito guarda le foto di bimbi nudi o scene raccapriccianti non è più malato di uno che guarda siti con foto di piedi, ma a mio parere se questo non si traduce in comportamenti molesti per la collettività non va perseguito.
Ovviamente chi fa mercato di queste cose va invece attaccato pesantemente.
Penso debba esistere una struttura veramente sovranazionale che possa anche violare la privacy degli individui per la sicurezza di tutti da comportamenti illeciti ma deve coinvolgere tutti i paesi essere unitaria e super partes.
Purtroppo sono molto scettico sul fatto che chi sulla rete oggi spadroneggia sia disposto a fare dei passi indietro, per cui per ora dobbiamo salvaguardarci da soli.
Quando anche nazioni come gli Stati Uniti troveranno la rete incontrollabile forse usciranno i presupposti per strutture davvero paritetiche.
Perché un università non crea un Free Software per i sistemi operativi più diffusi che faccia lui da firewall banale nell'utilizzo, che si comporti come il vecchio ZoneAlarm nella concessione dei permessi ai dati in ingresso ed in uscita? (in pratica quando serve aprire una porta ti spiega chi la richiede e se autorizzarlo).
Non che non mi fidi di prodotti come ZoneAlarm ma chi controlla il controllore?

Su cosa intervenire.

La comunità GNU/Linux ha la forza e la struttura per essere perno di una trasformazione.
Occorre educare gli utenti all'importanza di lavorare su un qualcosa di trasparente con la libertà di mantenere la nostra propria individualità condividendo solo le informazioni che si vogliono condividere.
Occorrono strutture sovranazionali che salvaguardino tali aspetti di libertà che salvaguardino la rete dalle mire egemoniche di chi la monopolizza.
Una cosa di questo tipo potrebbe organizzarla la Free Software Foundation.
Questo può essere ottenuto trovando il minimo punto d'incontro tra le esigenze di tutti gli stati coinvolti per poi lasciare il marasma sulle materie in cui non c'è accordo.
Se si riesce a trovare un punto d'incontro per buona parte degli stati gli altri saranno costretti ad aderire anche controvoglia.
Che ne so, si potrebbe fare fronte comune e ad esempio rendere scomodo l'accesso dai nostri siti Apache da parte di tutti coloro che provengono da paesi che permettono lo Spam, o da Sistemi Operativi di aziende schierate contro gli ideali del Software Libero.
Internet oggi è fatta di mille particolarismi in quanto chi riesce a tirare l'utente verso le proprie 'soluzioni' crea una sorta di dipendenza.
Chiunque fa qualcosa in rete non la fa per il bene dell'umanità, forse qualche caso isolato, forse Stallman.
La maggioranza di coloro che sviluppano Free Software lo fanno per 'sentirsi realizzati' o per mostrare agli amici di far parte di un certo gruppo, per distinguersi, per cercare di far soldi anche se per il momento non sanno bene come, per motivi ideologici ecc.
In ogni caso anche tali motivazioni, alcune non certo etiche come quelle di Stallman, giocano a favore della causa Free Software, Open Source e GPL ha dato enorme spinta a coloro che hanno basato la scelta su motivi non propriamente etici.
Il giorno in cui scaricherete un programma non Open Source (e quindi non trasparente) che fa proprio quello che vi serve 'gratis', dovrete assolutamente domandarvi perché lo hanno sviluppato e perché lo hanno regalato.
La domanda è tanto più importante quanto più traspare che dietro a tale progetto sono stati spesi dei capitali ingenti.
Ad esempio, come potrei controllare chi ha dei files mp3 ? Creo il più bel player (tracciante) che ci sia, gratuito, in modo che si diffonda capillarmente.
In alternativa potrei strapagare un piccola società che ha già diffuso un software gratuito per qualche 'piccola' modifica.
I nostri dati non hanno mai fatto tanta gola come oggi, difendiamoli.
Oserei dire che se non fosse stato per la pragmaticità di Torvald o Raymond le idee di Stallman non avrebbero avuto necessaria divulgazione e in parte realizzazione.
L'approccio pragmatico di fornire un 'mezzo free software' ha dato uno slancio alla causa non indifferente.
Esistono sempre i 'missionari', martiri che danno la vita per la causa e che non hanno secondi fini ma ritengo siano la minoranza (che va onorata, rispettata e presa ad esempio).
In ogni caso chi lavora solo per il 'bene comune' non mette il software sotto GPL ma lo rende totalmente libero.
Trovavo un controsenso che chi sosteneva a spada tratta le idee di Stallman, scrivesse poi software sotto GPL.
Oggi mi sono ricreduto, il successo della GPL sta anche nel fatto che può impedire i fork da parte di chi, partendo dall'Open Source esistente, crea qualcosa di proprietario, spesso con l'effetto di generare disinteresse per il progetto originario rimasto più indietro per minori investimenti.
Oggi il 'mercato' in senso stretto si trova a dover inventare cose che in gran parte già esistono e quindi c'è tutto il tempo necessario ad inseguire dei bisogni che oramai cambiano ben poco.
Un altro rischio sono le strumentalizzazioni, anche politiche, chi ne trae una battaglia antiimperialista, chi ne vede una lotta contro i 'paesi avversari', chi una lotta al libero mercato, chi la delegittimazione di chi vive di software proprietario ecc.
A mio parere occorre rifuggere da questi condizionamenti e mantenere l'indirizzo che ha decretato il successo del movimento.
La diffusione di GNU/Linux e l'aderenza a regole condivise e salvaguardate passa molto per le università, lì si formano le opinioni dei sistemisti di oggi e del domani, per l'università la crescita delle conoscenze dell'umanità, almeno in modo parziale, non è un optional ma un dovere inderogabile.
La pluralità di stati e relativo marasma legislativo hanno di fatto reso la rete quasi invulnerabile, purtroppo il punto più vulnerabile è proprio il Pc dell'utente.
Non siate troppo pessimisti, fior di mega-aziende volevano creare una Internet parallela e hanno dovuto ridimensionare i propri programmi, ambienti con protocolli alternativi a TCP/IP alla fine se non hanno voluto scomparire hanno dovuto adeguarsi.
Perché la causa tragga potenza occorre muoversi a mio parere cercando di fare ordine in quelle cose che sono maggiormente a rischio e più facilmente attaccabili.
Noi tecnici ragioniamo da tecnici, per vincere dobbiamo talvolta ragionare con la testa degli utenti e delle aziende che a loro vendono.
Da questo punto di vista chi vende al mercato ha una maggiore consapevolezza di quello che il mercato si aspetta da lui.
Oggi GNU/Linux è composto da una serie di tanti piccoli mattoncini alcuni totalmente e liberamente riutilizzabili altri sottoposti a vincoli (compresi quelli sotto GPL).
In ogni caso per arrivare a software totalmente libero la GPL e' una tappa importante, ma non va confuso con la meta.
Occorre quanto prima distinguere già in fase di utilizzo delle distribuzioni in modo da poter direttamente operare scelte che privilegino le soluzioni a software totalmente libero.
I menu di KDE e Gnome dovrebbero avere una struttura di base identica che punti al software di riferimento.
Sul primo menu una voce, magari vistosa, che punti al primo ramo di un sottomenu a libera discrezione dei distributori.
Fortunatamente il proliferare di licenze pseudo-GPL che rischiano di vanificare con norme aggiuntive lo stesso concetto di GPL.
Diventa difficile infatti per l'utente capire cosa può fare e cosa no senza entrare nel merito del dettaglio normativo di ogni singola applicazione.
Plaudo a iniziative di istituzioni quali OSI che lavorano per una standardizzazione delle licenze in modo da rendere chiaro cosa è libero e cosa no, auspico analoghe iniziative da parte di FSF.
Occorrerebbe anche maggiore uniformità nelle interfacce.

Facciamo ordine nel Bazar.

Trovo molto pericoloso quello che sta accadendo, in pratica grandi aziende che hanno cavalcato l'Open Source sanno di queste necessità e stanno impostando nuovi 'standard' a proprio uso e consumo estromettendo di fatto la comunità da queste scelte.
Tutto sommato 'meglio che lo faccia qualcuno che nessuno', in ogni caso se le conseguenze di tali scelte porteranno dei benefici, otterranno ampia diffusione e non saranno decisioni frutto della comunità GNU/Linux e potrebbero alla lunga risultare oltremodo condizionanti.
Oggi l'unica depositaria che dovrebbe a mio parere impostare delle regole unificanti è la Free Software Foundation. Grosse multinazionali hanno il potere di dare larga diffusione ai propri software, al punto che spesso diventano standard 'de facto'.
Il problema è che l'esigenza di avere dei riferimenti univoci non deve passare per una oligarchia di aziende che li impongano.
In fondo la stessa Internet è frutto di affermazione di uno standard di riferimento, ovvero usiamo TCP/IP finché non troviamo qualcosa di meglio.
Cominciamo a definire degli standard di riferimento prendendo il meglio di quanto già c'è di Free.
Se abbiamo delle 'zone scoperte' in cui i sistemi Free sono magari meno efficienti di quelli proprietari, non è un problema, il momento in cui diventeranno lo standard di riferimento per il mondo GNU/Linux la loro crescita e il loro consolidamento saranno automatici in quanto nell'interesse di tutti.
Per es. si potrebbe fare una specie di marchio 'GNU/Linux Standard' che deve essere della OSF (magari l'LSB può essere questo).
è compito della comunità fare sì che l'aderenza a questo 'marchio' venga percepito come un valore.
Ecco che ad es. una distribuzione che voglia tale marchio deve contenere le principali directory organizzate in una certa posizione (es. la mnt), per poi fare tutti i link che vuole. Io devo sapere che indipendentemente dalla distribuzione un disco montato lo trovo in mnt.
Deve poter aggiungere i plugin dei software in un certo modo.
Deve poter installare con un programma (APT o altro) che vada bene per tutte le distribuzioni.
Occorre un assoluto rigore nel modo in cui vanno organizzati i menu degli ambienti grafici.
L'interfaccia grafica per default va installata e va scelta quella con minori vincoli Gnome (o qualcos'altro).
Certi programmi per default vanno installati, esempio gzip ecc.
Non sarebbe poi male inserire in questi standard strumenti professionali e un corrispondente 'facile' es. come editor vim o emacs ma anche kedit.
Questo non implica che le varie distribuzioni possano poi aggiungere altro, per fregiarsi del marchio devono rispettare certi standard.
Vedo molto favorevolmente l' adozione da parte di un gruppo ampio di distribuzioni di Linux Standard Base va nella giusta direzione, trovo sbagliato non favorirla.
Che la 'Debian', storicamente distribuzione aderente ai principi del Free Software, accolga la cosa in modo freddo a mio parere è un grave errore.
Debian dovrebbe essere la prima a partecipare alla redazione dei documenti LSB altrimenti si lascia che le regole le dettino 'gli altri'.
Essendo qualcosa di importante non potrà che avere successo, chi non si adeguerà resterà emarginato.
Certamente avrei preferito che questo fosse nato da Free Software Foundation ma dato che su questo la fondazione non si è mossa, bene hanno fatto a farlo altri.

Formati dati.

E' uno dei punti cardine che va assolutamente definito in modo rigoroso.
Qualsiasi sviluppatore software si trova a dover salvare i propri dati in qualche modo.
Da questo aspetto c'è un marasma cose proprietarie più o meno di totalmente libero c'è davvero poco o nulla. Cos'è a mio parere un 'formato libero', un modo di rappresentare dati in modo universalmente riconosciuto, totalmente documentato e sul cui utilizzo nessuno possa, nel tempo, imporre restrizioni.
Ciò che è accaduto nel tempo a formati documentati come GIF e MP3 dovrebbe far riflettere coloro che considerano liberi formati quali il PDF.
Il 'formato libero' non nasce da una azienda che lo fa riconoscere, lo rivendica e magari lo fa ratificare come standard da qualche organismo internazionale, deve essere un 'valore di tutti' come lo è oggi il formato TXT o HTML.
Ad esempio immaginiamo di dover salvare un file di videoscrittura con un formato totalmente free.
XML può andar bene ma è troppo grande, PDF non è totalmente free, RTF è troppo complicato ed è free ?, HTML non è monolitico.
Quale formato per le immagini vettoriali totalmente free?
Quale formato per le immagini per punti totalmente free?. Png?
Su questi punti devono esserci risposte chiare.
Finalmente su questo punto ci si sta muovendo, il 2005 è stato finalmente un momento di svolta.
'Open Document' sarà, e farò di tutto perché lo diventi, un successo.
I risultati si sono già visti, come mail il 'DOC' é stato reso trasparente quasi in contemporanea alla prima pesante implementazione dell' 'Open Document' ?
Meglio un formato totalmente libero accettabile che un ottimo formato proprietario.
Come imporre un formato che venga usato universalmente ? Si crea una regola per cui chi sviluppa un software anche sotto GPL e vuole fregiarsi del marchio di 'aderente allo standard', deve salvare PER DEFAULT nel nuovo formato standard libero di riferimento.

Linguaggi.

Devono essere il più possibile simili al modo d'uso di ciò che l'80% degli sviluppatori oggi usa altrimenti continueremo a sviluppare poco Free Software per strumenti potenti ma spartani che uno deve imparare da zero.
Conoscete uno strumento Rad grafico Free Software facile e potente ?
Su questo punto qualcuno di voi magari ha dato uno risposta ma..
Siete sicuri che tale formato sia totalmente libero ?
Anche ammettendo che la vostra risposta sia corretta quanti sanno di quello strumento ?
La battaglia si vince anche su questi fronti.
Nello sviluppo la velocità del codice risultante è gradita ma non è tutto, conta anche la produttività e l'intuitività nello sviluppo.
Esempio banale, se con un ambiente di sviluppo estremamente Rad come Access riesco a dare al sistema tutto quello che mi serve per ottenere una soluzione completa e con una grafica gradevole (una gestione di magazzino in 3 giorni compresa di stampe), chi me lo fa fare di cambiare ambiente di sviluppo?
Aspetto uno strumento analogo Open Source, ne ho visti una quantità ma al momento assolutamente nulla di paragonabile.
E' tanto che aspetto un linguaggio così, se arriva finalmente gli sviluppatori, me compreso, abbandoneranno molte delle soluzioni proprietarie.

Open Source e Soldi.

Ho inserito tale capitolo in quanto il desiderio di vivere o guadagnare sviluppando o installando Open Source e Free Software, ha risvolti che a mio parere andrebbero corretti o comunque valutati attentamente.
Su questo punto il dibattito nella comunità è ampio e la materia controversa.
Si può vivere (non dico far soldi) con l'Open Source?
A mio parere è possibile coi servizi difficilmente con lo sviluppo software.
La prima difficoltà è data dalle dimensioni del mercato GNU/Linux estremamente ridotto rispetto a quello del monopolista.
Oggi di 'closed source' e indotto vive la stragrande maggioranza delle imprese sul mercato, con l'Open Source le esperienze sono ancora poche, spesso parziali, talvolta scarsamente riproducibili.
Premetto che su questo fronte c'è un mondo in caotica evoluzione per cui nel tempo gli sviluppi saranno più evidenti e questi concetti li rivedrò quasi sicuramente.
Potrà sembrare un controsenso che chi come me sostiene e auspica un 'mondo' Free Software come esigenza etica, poi alla fine viva ancora in gran parte dei proventi di software 'closed source' o si trovi ad installare e gestire sistemi proprietari.
Onestamente sono ben pochi coloro che si possono permettere di vivere di solo Open Source.
Da sempre si sa che il mercato orientato all'oggetto deve evolversi in un mercato orientato ai servizi anche perché i clienti di oggi vogliono giustamente soluzioni e non prodotti.
Lo sviluppo di soluzioni integrate, in particolare gestionali ha costi elevati.
Il software 'closed source' (in particolare quello customizzato) non ha tanto un valore in quanto tale ma per la quantità di servizi che veicola e perché tali servizi li può erogare quasi esclusivamente la struttura che ha fornito il software.
Ne scaturisce un rapporto di fidelizzazione forzata del cliente, il cliente rimane tuo in quanto per lui sarebbe traumatico cambiare fornitore.
Lo sviluppo di software Open Source ex-novo e relativi costi per il mondo Open Source e Free Software in particolare, si configura come un 'spendere per la comunità' (concorrenti compresi) che, pur se lodevole su un piano etico è imprenditorialmente discutibile.
In ogni caso la scelta del passaggio ad Open Source è nei fatti praticamente irreversibile e quindi prima di passare qualcosa da closed a open le aziende ci pensano parecchio.
Ma allora possono esistere dei meccanismi indiretti?
Una soluzione è quella di scaricare sulla comunità i costi di sviluppo limitandosi ad una funzione di validazione o coordinamento.
A questo punto viene fatto nascere un prodotto 'di serie A' assistito e gestito lasciando alla comunità il prodotto di 'serie B' Open Source.
E' una soluzione a mio parere molto discutibile su un piano etico che può essere abbattuta facendo derivare progetti paralleli che evolvano autonomamente.
Ne consegue che se dovessi per passione dedicare il mio tempo a sviluppare pezzi di codice ad esempio di una grossa Suite sotto GPL che ha un corrispondente progetto parallelo, svilupperei per quello sperando che nel tempo l'identità di progetto derivato prevalga rispetto a quella del software originario.
Gli stessi meccanismi si ripropongono sui formati di files documentati e proprietari.
Se un formato è pubblico come struttura ma ha vincoli di proprietà intellettuale a mio parere non va assolutamente incoraggiato usandolo.
Un'altra strada è fornire sotto GPL progetti senza più prospettive o scritti con tecniche arcaiche, può essere un modo per rivitalizzare software fuori mercato o che ha già esaurito il proprio ciclo di vita e che quindi intrinsecamente è difficilmente sfruttabile.
Una possibilità ulteriore è data da quel software talmente semplice e riproducibile che per sua natura è al limite dell'invendibile, che quindi è meglio dare alla comunità che tenerla sul Hard Disk, in tal caso perché non pubblicarlo come Free Software e regalarlo alla comunità?
Qualcuno obietterà che se uno il software Open Source lo ha fatto lui l'utente sarà stimolato dal farsi assistere dal creatore del progetto.
Per il privato non penso sia così, quanti di voi hanno speso soldi presso chi ha scritto il software, se tale software è conosciuto li spendete più volentieri nel negozio sotto casa o dal corrispondente più vicino (che magari parla la vostra lingua) oppure dalla società che fa assistenza.
Ovviamente se è qualcosa su cui sono in grado di supportarvi.
Se questo non avviene cercate di 'supportarvi' da soli con Google o altro.
L'azienda invece dapprima cerca di farsi supportare da chi le fa assistenza di solito.
Chi assiste di solito e non conosce la materia talvolta ne approfitta per portare il cliente su strade magari proprietarie su cui può speculare.
Se invece si comporta con correttezza studia la materia e cerca di offrire ugualmente supporto.
Su pacchetti importanti verticali e di notevole spessore logico, l'azienda a fronte di delusioni potrebbe davvero puntare all'autore e in tal caso il ritorno ci sarebbe (in particolare con grandi aziende).
Forse l'unica forma di sostentamento per il piccolo sviluppatore è quello di sfruttare l'indotto, vendita di documentazione, CD ma occorre fare delle economie di scala.
L'altra possibilità è quella di generare delle Suite sfruttando in linea di massima l'esistente.
Le distribuzioni in fondo sono un direttore d'orchestra che sceglie tra tanti ottimi strumenti gratuiti i migliori e li organizza per il concerto.
In tal caso ci sono diversi Target, le grosse aziende, le piccole e medie, i privati.
I mercati che fanno gola a tutti sono i primi due.
Da questo settore il piccolo è escluso, è uno scontro tra titani.
Vivere sulle distribuzioni richiede investimenti mostruosi sperando nella fidelizzazione del cliente che un giorno sia disposto a pagare qualcosa tipo un piccolo canone annuo di aggiornamento.
Un po quello che succede con gli antivirus.
Altissimo rischio, mostruosi investimenti, roba da multinazionali.
Il pericolo su questo fronte sta in particolare nel fatto che alcune di queste distribuzioni integrano componenti non Open Source e li mescolano al software presente.
Alcuni poi nella distribuzione tentano di fidelizzare il cliente su software proprietario mescolato a quello libero.
A mio parere il marchio 'GNU/Linux Standard' o qualcosa del genere, dovrebbe prevedere ad esempio che i bordi delle finestre della Shell di programmi totalmente Free Software siano gialle, quelle dell' Open Source Blu e quelle del Closed Source rosse.
Ovviamente si tratta di una proposta che va presa come esempio per dire che è fondamentale che l'utente sappia i vincoli a cui si sottopone.
In ogni caso non sarebbe male avere un file accessibile (che vale anche per il software a riga comandi) in cui tutto il non Free Software sia registrato all'atto dell'installazione.
Le stesse procedure di installazione dovrebbero prevedere un alert e una richiesta di conferma nel caso di Open Source o Closed Source.
Alla fin fine guadagnare sullo sviluppo del software Open Source in modo lecito ed etico, lo trovo di scarse prospettive.
Sul discorso servizi le cose cambiano radicalmente, serviranno nel tempo sempre più competenze, sempre più 'direttori d'orchestra'.
Qui c'è parecchio spazio anche per il piccolo che punterà a scegliere e coordinare l'esistente, organizzare i server, scegliere ed installare i pacchetti ecc.
E' un ruolo talmente vitale e fondamentale per l'azienda, che alla fine tecnici di questo tipo finiscono per essere inglobati nella struttura a cui prestavano assistenza esterna.
La crescita progressiva del mercato GNU/Linux e il miglioramento quantitativo, qualitativo ma soprattutto di 'usability' del software Open Source cambierà le carte in tavola.
I monopolisti sono preoccupati, e fanno bene.

La terza via.

La prima domanda che mi sono fatto quando ho cominciato ad operare da sviluppatore indipendente è stata ‘Open e Closed’ sono alternativi, possibile che non esista una terza via?
Ed ecco che una decina di anni fa ho creato una licenza http://www.ethiclicense.com il cui scopo era proprio quello di fornire una ‘via di mezzo’.
E’ una licenza Closed anche perché divulgare i sorgenti è una manovra irreversibile.
E’ però una licenza che toglie buona parte delle costrizioni legate alle costrizioni ‘non etiche’ del software proprietario.
Importante poi la norma che impone il passaggio a GPL qualora il programma non sia più commercialmente acquistabile.
Personalmente da alcuni anni vendo software sotto questa licenza, genera alta fidelizzazione, i programmi sono in perenne crescita funzionale e il contenzioso è praticamente nullo.
Se hai un software destinato a morire nell’angolo del tuo Hard Disk e non hai per mille motivi intenzione di divulgare il sorgente pensaci.
Software Libero e proprietario hanno entrambi la propria ragion d’essere, ma le esigenze di cassa non sempre comportano l’impossibilità di aiutare gli altri e di contribuire al sapere comune.